imagesUna donna che ha appena partorito è un ciclone di emozioni. E’ un vulcano in eruzione, un torrente in piena, e nello stesso tempo una brezza leggera, un mare calmo e piatto… e’ un’altalena fatta di alti e di bassi.  E a volte ci si sente sopraffatte… non si “ragiona” più come prima, non ci si riconosce più, e ci si perde dentro alle normali difficoltà. Il puerperio non è una malattia. Ma esiste. E’ un tempo che andrebbe celebrato, non subìto o annullato.

______________________________________

Una donna che ha appena partorito è un ciclone di emozioni.

E’ un vulcano in eruzione, un torrente in piena, e nello stesso tempo una brezza leggera, un mare calmo e piatto… e’ un’altalena fatta di alti e di bassi. La neo mamma è innamorata, letteralmente persa dentro questo fortissimo amore infinito. Tanto da toglierle il fiato, da non lasciarla dormire, da stravolgerne il pensiero e la lucidità. E a volte ci si sente sopraffatte… non si “ragiona” più come prima, non ci si riconosce più, e ci si perde dentro alle normali difficoltà.

La stanchezza comincia a farsi sentire, il parto lascia strascichi a cui non si era preparati, il seno si ingrossa, diventa duro e dolente, i capezzoli sono troppo sensibili, il bambino non riesce ad attaccarsi al seno, si agita, non si sa da che parte prenderlo. E a volte subentra la sfiducia. “C’è qualcosa che non va in me. Non sono capace. Non sono una brava mamma. ” 

Quello che succede nei primi tempi di allattamento è qualcosa infatti di completamente inaspettato.

In questo periodo, il neonato alterna momenti di sonno piuttosto prolungato a momenti di veglia continua, irrequietezza, e manifesta una spiccata continua  e spasmodica ricerca del seno. Solitamente in questa fase le donne e la famiglia che le circonda vanno in crisi profonda. Dopo avere allattato più o meno tranquillamente durante il giorno, improvvisamente, quasi sempre verso sera, tutto cambia. Il bimbo è nervoso, inizia a piangere, continua a volersi attaccare al seno, salvo poi staccarsi poco dopo, ancora più nervoso. Sembra non darsi pace, sembra che nulla vada bene, ma soprattutto sembra essere perennemente affamato. Le domande che affollano la mente in quei concitati momenti sono tantissime: “sarà normale?” “ma è possibile che abbia di nuovo fame?”,  “ é sempre attaccato alla tetta, ma come è possibile?”,  “ma non si staccherà mai più da me?”,  “in questo modo lo vizierò?”,  “troverà mai un ritmo?”,  “tornerò mai a vivere?”

 Ma cosa succede esattamente?!

 “Ha le coliche!”, questo solitamente è il responso della vicina di casa. E via quindi con tutti i rimedi possibili immaginabili anticolica: tisanina, omeopatia, sciroppino…. ma quasi sempre il nervoso rimane e le giornate sempre più difficili.  “Hai poco latte”, il secondo responso, solitamente dato dal pediatra o dai parenti più stretti (quelli che dovrebbero essere il maggior supporto e che invece sono i primi a mettere in dubbio le competenze di una neomamma). Responso deleterio, marcatamente errato, e che dà il via al più rovinoso dei circoli viziosi possibili in allattamento: il tunnel delle aggiunte.

Ma cosa succede in realtà?  Nulla che non sia normale, frequente, fisiologico. Semplicemente è così che succede alla stragrande maggioranza dei neonati sani nei primi 15/20 giorni di vita. Chi più, chi meno, chi sempre, chi talvolta.

Succede solo che ci si sta adattando!

Il piccolo, appena uscito dal corpo di mamma, ancora un po’ confuso e fisiologicamente immaturo, cerca istintivamente l’unica situazione sicura che conosce: la mamma e il suo seno. Il calore del suo corpo lo riscalda, lo mantiene in vita, gli regala la forza di respirare e di sopravvivere e il suo seno gli dona il nutrimento, la protezione, le endorfine, necessarie alla vita e al suo benessere.  E la donna? la donna e il corpo materno hanno solo bisogno di avere qualche conferma.  Conferma di avere partorito, di avere un bambino al di fuori di sè, di avere qualcuno da accudire, di avere la necessità di produrre latte perchè qualcuno se ne sta servendo, di avere le braccia pronte ad accogliere chi ne ha bisogno.

Succede semplicemente che la Natura sta lavorando dentro la donna, per trasformarla nel profondo e restituirla al mondo in qualità di madre . Ma di una mamma reale. Non immaginata, pensata, sognata, idealizzata. No. Dannatamente concreta. Presente a se stessa, con tutte le parti del proprio corpo sollecitate, con tutti i sensi attivati, con tutta la mente completamente concentrata e assorbita da questo nuovo ruolo. Non c’è scampo. Non ci sono né  se nè ma.  Deve esserci completamente. E, per questo,ha bisogno quindi di essere sollecitata in tale direzione. Continuamente. Spesso spingendola verso il suo limite massimo. Per andare oltre. Come per il parto. Così come nessuno puo’ partorire al posto suo, così come  quel dolore, così intenso, così necessario, così disumano, la squarcia da dentro per ricondurla fuori, ad un nuovo livello, allo stesso modo succede nei primi giorni di allattamento.  Per prepararla alla vita reale e concreta da mamma. Non ci si può esimere da tale sconquasso. Si può provare a limitarlo, addolcirlo, stemperarlo, rimandarlo. Ma non serve. Sarebbe inutile e dannoso. La trasformazione sarebbe incompleta e presto o tardi tanti nodi verrebbero al pettine. La maternità prevede una trasformazione radicale in tempi piuttosto rapidi. C’è una nuova vita da accogliere.  Mica bruscolini! La responsabilità è davvero tanta, e bisogna assolutamente essere preparate alla trasformazione.  Il che non significa essere pronte in anticipo, mentalmente, e sapere tutto quello che accadrà perchè lo abbiamo letto su un libro. No. Non funziona così.

La donna non è una figura piana spiaccicata su un libro in bianco e nero. Ha un corpo. Che si deve attivare, che deve rispondere, che ci deve essere nel modo e nei tempi giusti.

Il corpo di donna non produce latte se non è necessario. E quanto latte deve produrre lo determina solo la richiesta di quello specifico figlio, in quel preciso momento. Allo stesso modo il cuore di una donna si riempie di tanto amore quanto più amore serve a quello specifico bimbo. Nessun altro puo’ determinare a priori cosa è giusto e cosa no. E l’unico modo affinchè la donna possa avviare una adeguata produzione di latte (e di amore), è seguire la richiesta del neonato. Anche quando, soprattutto quando, fortunatamente quando, il bimbo ha sufficiente energia per richiedere spesso e tanto. Sia latte che coccole!Questo è l’unico modo per avviarsi verso la concreta importante trasformazione da donna incinta a donna madre, nutrice e piena d’amore. Concretamente e continuamente presente, con il latte e con le coccole. Perchè di null’altro in questo momento c’è bisogno.

E solo quando una donna imparerà ad accettare ed assecondare questa trasformazione, soprattutto nelle sue manifestazioni più istintive e ataviche, allora  la trasformazione sarà meno devastante. Meno faticosa.

Il puerperio non è una malattia. Ma esiste. E’ un tempo che andrebbe celebrato, non subìto o annullato.

Il puerperio è il tempo della calibrazione della produzione di latte ma è anche il tempo della calibrazione degli affetti e delle priorità, delle proprio emozioni e dei propri vissuti.  Pensare, a pochi giorni dal parto, di avere una vita simile alla precedente, di avere ritmi ben precisi e regolari, di poter uscire e spostarsi con gli stessi tempi e modi che si aveva prima, è semplicemente irrealistico! E per fortuna! La Natura provvede fin da subito a lanciare inequivocabili segnali spingendo in direzione del bambino e dei suoi bisogni. La priorità è il bambino e tutto conduce a questa nuova consapevolezza.

Cercare di evitare questo faticoso momento significa trovare delle dannose scorciatoie verso l’obiettivo di trasformazione in Madre. Cercare di manipolare, modificare, regolarizzare questo periodo e le richieste del piccolo, significa non riuscire a “leggere veramente il bambino” che si ha di fronte, e le sue necessità legittime, salutari, fisiologiche. Significa etichettarle come “vizi” o “cattive abitudini” e negare una risposta adeguata.  Abbandonarsi invece al puerperio con le sue “particolarità”, con le sue dimensioni specifiche, con i suoi ritmi peculiarissimi, è abbandonarsi a questa trasformazione, assecondandone le spinte, le richieste, le fatiche e trovando delle utili e sane risposte. Abbandonarsi al puerperio significa anche, letteralmente, abbandonarsi al divano o sul letto, vivendo a mezza strada tra il mondo interiore della camera da letto ed il mondo sociale del soggiorno/cucina; significa circondarsi di “beni di conforto”, musiche, libri, film, che facciano da piacevole sottofondo alle giornate fatte di “solo “ latte e coccole! Significa rendersi questo periodo il più semplice e piacevole possibile. Semplicemente assecondandolo!

La trasformazione sarà quanto più veloce, serena, e completa, tanto più si sarà riuscite ad abbandonarsi a questo sconosciuto e vivere appieno il proprio divano!

 

Share on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on Twitter